La parola

Quella notte di agosto presi un foglio bianco e ci scrissi sopra poche piccole lettere. Mi piaceva quella parola, era un gesto d’amore. Il foglio lo vedevo tutti i giorni e alla fine mi abituai ma non smisi mai di guardarlo come se fosse qualcosa di bello. Sebbene non servisse a nulla, sebbene quella parola a volte mi procurasse tristezza, lo lasciai sempre in giro per casa senza disfarmene. Poi un giorno decisi di tenerlo per un po’ nascosto, tanto per vedere se la malinconia sarebbe sparita. Lo piegai e lo infilai in un libro, ma il mattino seguente lo ritrovai a formare una L sul comodino, per metà appoggiato all’abat-jour. Lo presi e piegato in quattro lo infilai nella tasca di un cappotto a pois.

Cambiai casa, portai via tutte le mie cose e sistemando i cappotti nel nuovo armadio il foglio cadde sul parquet chiaro. Lo raccolsi, e dopo averlo spiegato lo appoggiai tra il taccuino e la tastiera del computer, sulla vecchia scrivania che avevo portato con me. Rimase lì per diversi giorni finché di nuovo non sopportai più di vederlo e ricominciai a nasconderlo, provavo in tutti i modi a farlo sparire ma non funzionava mai, in qualche modo riusciva sempre a tornare fuori, sbucava negli angoli, tra le pagine di un libro, sul fondo delle borse, sotto al letto, piegato nelle tasche.

Un pomeriggio, stremata da un nodo in gola, presi il foglio, spalancai la finestra e lo lanciai fuori. Il foglio rimase sospeso per pochi secondi nell’aria, poi un alito di vento lo incurvò verso l’alto, lo fece volteggiare e lo riportò verso di me. Lo afferrai tagliandomi un polpastrello con il bordo della carta, lo posai sul tavolo, agguantai la prima penna a portata di mano e iniziai a scrivere cercando di riempire tutto lo spazio senza lasciare nessuna traccia di bianco. Scrissi finché non mi addormentai. Quando mi svegliai, qualche ora dopo, avevo dei segni blu sulla guancia che avevo appoggiato sul foglio completamente coperto d’inchiostro. Ma si vedeva ancora la parola che avevo scritto quasi due anni prima. Allora lo accartocciai, lo portai sul balcone e preso l’accendino gli diedi fuoco. Mi sentivo sollevata, corsi in camera, dalla finestra il sole sembrava caldo e le foglie verde chiaro si muovevano leggere, mi venne voglia di respirare, di far entrare quell’aria di primavera. Appena aperta la finestra vidi un pezzetto di carta, mosso dal vento lieve, che volteggiava sulla soglia, si sollevò e andò a piazzarsi sotto la punta della mia scarpa sinistra. Mi chinai a raccoglierlo, su un lato era annerito dal fumo mentre sull’altro, dietro alla parola illusione scritta stretta stretta, si leggevano ancora distintamente le lettere del tuo nome.

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